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Le parole sono importanti

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Non voglio fare una apologia del politically correct perché sinceramente c’è chi lo ha fatto e sa fare molto meglio di me (vedi @jonathanbazzi ). Ma volevo portare una riflessione, rubare a tutti qualche minuto per pensare alle domande che non possiamo più non farci.

Ci sono molte, tante sensibilità che  ande che non possiamo più non farci. Ci sono molte, tante sensibilità che più che mai chiedono di essere ascoltate, di essere incluse nel modo in chi ci esprimiamo. Le parole sono importanti, sono il modo in cui cataloghiamo il mondo, son le formule magiche con cui definiamo le cose, anche quando di per sé sono poco definibili, sono lo strumento con cui diamo confini alla realtà per non affogarci.

Eppure questa evidenza non sembra abbastanza a fermare la retorica del ” Non si può più dire niente” e del “Qualsiasi cosa dici offendi qualcuno”. Ma se non usciamo da questa soggettività alienante del “secondo me” o “a me non sembra offensivo”, non saremo diversi da pesci rossi solitari in bocce di vetro specchiate. I nostri occhi devono essere tolti dalle nostre orbite e devono guardare il mondo anche per gli altri, o almeno provarci. Non è buonismo, o se volete chiamarlo così va bene, per me è solo il senso di responsabilità che tutti noi abbiamo reciprocamente nel cambiare la società in cui viviamo, che del resto da noi è composta. Me ne rendo conto, è stancante.

Farsi delle domande ogni volta che dobbiamo dire qualcosa è stancante, non siamo abituati per niente, di default ci sembra tutto giusto, tutto corretto secondo il nostro metro personale di misura del mondo. Andiamo però più sul concreto: fino a qualche anno fa esistevano solo “i gay”. Poi siamo passati all’uso dell’acronimo LGBT (lesbiche gay bisex trans) e qualche anno dopo a LGBTQ (Q di queer). Oggi i più addetti ai lavori aggiungono il + a fine acronimo per indicare ed includere le altre minoranze senza rendere la sigla illeggibile. Io per una serie di motivi ho sempre usato LGBTQI+ (I di intersex). Una volta una persona di una associazione sportiva di cui faccio parte mi ha chiesto di aggiungere la A (asessuali) dopo la I.

“Ma che senso ha? Cosa cambia?” è stata la domanda terribile, cafona, che ho fatto di impulso. “Cambia che io esisto” mi ha risposto. Lei esisteva e stava chiedendo di riconoscerlo aggiungendo una lettera ad un acronimo e io avrei dovuto negarglielo perché sennò diventava lungo da leggere? E quel tempo risparmiato a leggere la A dopo I avrebbe fatto quale differenza nel mondo, se non far sentire quella persona invisibile?


Non so quale sia l’acronimo più giusto ma so che quello, in quella occasione, era giusto per una persona che mi chiedeva di riconoscerla, di farla esistere nel mio linguaggio. Non voglio stare qui a fare una riflessione tra significante e significato, non ne ho le competenze, l’esempio è per portare al centro l’umanità, i sentimenti della persona che mi chiedevano di includerla nelle mie parole, di farla esistere. Allo stesso modo quando scegliamo le parole per altre categorie dobbiamo farci la domanda “chi lasciamo fuori?” che è la versione breve di “Chi potrebbe soffrire per quello che sto dicendo, nel modo in cui lo sto dicendo, nel mezzo di comunicazione che sto usando?”.

Spesso usiamo termini maschili, al sicuro della regola che vuole che il maschile nella grammatica italiana sia più forte. Ma una regola della grammatica per me muore quando significa sminuire qualcuno, anzi qualcun*. Allo stesso modo quando parliamo del dove, ricordiamoci che virtuale è reale, con l’unica differenza che non controlli il destinatario di ciò che dici: se dici A su un social media la tua A arriverà a tutti i tuoi amici a cui era di fatto indirizzata ma probabilmente a un trilione di persone in più che tu nemmeno immaginavi avresti raggiunto.

Se del tuo gruppo di amici conosci le sensibilità, puoi dire lo stesso di tutti gli utenti che inciampano in quello che posti? No. E se la risposta che mi dai invece è sì, allora non ci hai nemmeno voluto riflettere e temo non abbiamo molto da dirci. Ecco, di tutte queste scelte io non ho la risposta, ma va bene così. Iniziamo a farci le domande, a essere in dubbio.

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