Racconti

Medaglie e leoni

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Uno dei ricordi più chiari della mia prima adolescenza erano le medaglie a casa dei compagni di scuola. Gare di nuoto, tornei di pallavolo, recite scolastiche o corse. In tutte le case dei miei coetanei, appesa in qualche angolo della cameretta c’erano questi cimeli. Spesso senza particolare grazia con brutti bassorilievi della disciplina per cui erano stati vinti con taglienti nastri in nylon a reggerle.

Io però non ne ho mai avute. Non era una mancanza che mi faceva soffrire più di tanto, era uno di quegli elementi che negli anni scandivano la differenza tra me e gli altri. Non ero come loro, io non andavo a nuoto dopo scuola. Io non avevo una squadra che facesse tornei. Io al massimo per qualche anno ho provato a fare qualche amico forzandomi a giocare a calcio nel viale di casa. Finivo sempre relegato lì, davanti al cancello del garage condominiale che era la porta del nostro campo di asfalto. Condannato a guardare gli altri dribblare, segnare, provando a parare in qualche modo che non mi aveva spiegato nessuno. Io non ero come loro e l’ho imparato proprio in quegli anni.

Recentemente però ho chiuso un piccolo cerchio. Ho vinto la prima medaglia della mia vita, la mia squadra è arrivata prima ad un torneo fantasy, amichevole quindi, aggiudicandosi il titolo di Guardiani di Bologna. La porto al collo, la sento battermi pesante sullo sterno. La devo togliere ma per ora la lascio là. Scandisce i passi ricordandomi che io non sono mai stato come loro, che non lo sarò mai, ma mi ricorda quanto non esserlo stato mi abbia salvato. Mi ricorda delle cadute nel viale a 12 anni con le mani sbucciate sull’asfalto per cercare di parare palloni tirati troppo bene per il mio livello. Mi ricorda quello che ho e non quello che non ho. Mi ricorda, ogni volta che mi batte in petto, che io non vinco niente, ma che le cose vado a prendermele con unghie e denti.

Ed è buffo che proprio la testa di leone, simbolo di Bologna, sia quella che simbolicamente ha vinto la nostra squadra in qualità di Guardiani della città. Ma io non credo alle coincidenze, mi piacciono i simboli, i segnali, i messaggi nelle cose, sono un overthinker mio malgrado.

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